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LISBONA
di Valdo Forrastero
liberamente tratto da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa
messa in scena di e con Rodolfo Traversa

Pessoa, per mezzo del personaggio di Soares – impiegato come lui in una ditta di tessuti della Baixa di Lisbona -, scrive la sua autobiografia priva di eventi, di fatti, di azioni.
Anonimo, scialbo, dimesso, anche se dotato di una sorvegliata ironia, Soares può apparire come un esangue riflesso del suo creatore, una sua deliberata riduzione all’osservazione della vita. Una vita osservata come coscienza di essa, dove il vivere è lo sguardo che trasforma la realtà in scrittura. Soltanto quello che è raccontato, vive e diventa testimonianza dell’esistenza di una vita, di un luogo, della sua storia.
Con il personaggio di Soares fa il suo ingresso nella letteratura la città di Lisbona, assumendo l’aspetto di una città che accoglie e nasconde, come una placenta protettiva, lo spleen metafisico di Pessoa, il suo perdersi nello snervamento, nel tedio, nell’inadeguatezza verso la vita, nell’incongruenza dell’esistere.
Questo tormentoso dibattersi nel ventre molle dell’arrendevolezza è cullato dal carezzevole struggimento del fado. Pessoa scrive che il fado è desiderare tutto senza avere la forza di desiderarlo, quindi il fado è l’incarnazione musicale di un anelito verso la vita che ripiega continuamente su stesso, l’estenuato languore di una convalescenza dell’animo dalla quale non si può guarire.

Prima nazionale: 21.05.2003
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