26 – Venerdì 29 maggio 2020

Un caso di censura

(Verdi, Rigoletto, «La donna è mobile» / «Bella figlia dell’amore»)

La vicenda produttiva di Rigoletto fu talmente contorta da diventare oggetto di studio. Già la sua fonte, il dramma di Victor Hugo “Le roi s’amuse”, aveva scatenato un putiferio. Quando andò in scena a Parigi nel 1832 fu un colossale fiasco: proteste, fischi, urla, zuffe e pure qualche incidente sul palcoscenico. La mattina dopo il debutto, Hugo venne avvisato che le rappresentazioni erano sospese per ordine del ministro. Non ci fu niente da fare. “Le roi s’amuse” fu rappresentato una sola sera e per essere replicato dovette attendere 50 anni esatti, ma fu un altro mezzo fiasco, anche perché da tre decenni quella storia era ormai nota a tutti grazie al Rigoletto di Verdi. La fonte era difficile da gestire: un re di Francia dissoluto e immorale, un gobbo che organizza un omicidio, una fanciulla perdutamente innamorata di un libertino. Anche dare un titolo all’opera fu un problema. Il re si diverte era da escludere a priori, La maledizione di Saint-Vallier, Duca di Vendôme non piacque a Verdi. Il compromesso fu portare la vicenda a Mantova nel Cinquecento. Il gobbo era Rigoletto e dava il nome all’opera, che alla fine andò in scena con grande successo alla Fenice di Venezia nel 1851. Nello Stato della Chiesa l’opera venne subito intitolata Viscardello con l’azione spostata a Boston, il duca che non era più di Mantova ma di Nottingham e Rigoletto che diventava appunto Viscardello. A Napoli la censura pretese il titolo Clara di Perth, con ambientazione in Scozia. Qui il Duca diventava Enrico, Rigoletto Archibaldo e il sicario Sparafucile addirittura una specie di mafioso: Tony Strangolabene. Nel Regno delle Due Sicilie Rigoletto sarebbe diventato Lionello con il killer ribattezzato Lamafedele.

A Verdi tutto questo non andava giù, ma in fondo era la prova dell’impatto innovativo della sua opera.

Vediamoci l’inizio del terzo atto, che contiene due dei brani più famosi di Rigoletto, con il tenore Piotr Beczała, il baritono Leo Nucci, il soprano Elena Moșuc e il mezzosoprano Katharina Peetz. L’allestimento è quello curato da Gilbert Deflo per l’Opera di Zurigo nel 2006. Dirige Nello Santi.

Viva l’opera, viva il Teatro, viva il Baretti.

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