Dimmi su cosa giuri

27, 28, 29 dicembre 2017, ore 21
Dimmi su cosa giuri

di Valentina Diana
regia di Olivia Manescalchi e Lorenzo Fontana
con Olivia Manescalchi, Lorenzo Fontana e Gianluca Gambino
luci e direzione tecnica Alberto Giolitti
tecnico del suono Nicolò Barbonese
Si ringrazia Cha.rly Vintage & Flowers per aver vestito i Signori Romoletti
Si ringraziano il Dott. Legnami, il Dott. Cardesi e la Dott.ssa Muggia

ASSOCIAZIONE BARETTI

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Giuramento di Ippocrate:
“Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione. lo giuro.”
Questo spettacolo ha inizio con un giuramento: il giuramento prestato da ogni futuro medico, nel momento in cui si appresta ad offrire la propria prestazione di medico, ai futuri pazienti. Il medico giura e, mentre giura, si fa vestale del proprio ruolo enorme e simbolico: Io sarò colui che rimedia, cura, si prenderà cura, e guarirà, il malato, dalla malattia. Io riaggiusterò tutto, riposizionerò ogni cosa al suo giusto posto, correggerò gli errori e scaccerò la morte e restituirò la vita. Per il paziente è medico è una specie di saggio nelle mani del quale si affida con assoluta speranza. Colui che sa cosa fare, che ha studiato e, dunque, conosce, comprende e assolve e ripara. Il medico è l’antidoto alla mortalità.
Perché con diligenza e perizia e prudenza presta la sua opera.
Un idraulico non giura diligenza, perizia e prudenza alla cura dei tubi del lavandino. Ma li ripara.
Un calzolaio non giura diligenza, perizia e prudenza alla cura delle scarpe, ma le ripara.
Dunque un medico, che giura, riparerà ancora di più, con ancora più precisione e dedizione, con passione. Con amore. Noi ci fidiamo. Ci fidiamo del fatto che il medico sia nato con la vocazione (un po’ come un prete) di prendersi cura del nostro corpo. Un po’ ci fidiamo, un po’ dubitiamo. Come tutti i fedeli. Ma il medico, da parte sua, chi è?
Cosa prova, dal suo lato, dal suo punto di vista, nel luogo in cui opera la sua missione.
Un ospedale, è il tempio di Esculapio?
Come funziona un ospedale?
Chi lo governa?
Quali regole lo amministrano, e quali amministratori lo gestiscono?
Per rispondere a queste domande senza finire frantumati nel terrore, ci siamo serviti di uno specchio deformante. In questo caso, lo specchio, è lo specchio del comico, dell’assurdo, del paradosso. Siamo nella web serialità teatrale. Il che è già di per sé un paradosso.
Siamo nel paradosso, sul crinale tra ciò di cui si può parlare e ciò di cui si può soltanto ridere.
E ridere sia. Ma non senza un brivido, un piccolo brivido, di orrore.

La trama è avvincente, i personaggi imprevedibili, le sorprese non mancano, gli ingredienti sono i soliti, quelli che servono, quelli che usano tutti, per farci ingoiare quello che, per natura, ci sarabbe indigesto: la morte, e i sassi. Intrattenimento e sollazzo garantiti.

Dalle note di scrittura di Valentina Diana:
Quando siamo malati e ci rivolgiamo a un medico ci aspettiamo che ci curi e che ci salvi. Ma non solo, anche che ci capisca, che ci consoli, che si faccia carico delle nostre paure, delle nostre necessità e persino della nostra sfiducia nella medicina. Il medico è investito di tutti i poteri, non solo taumaturgici, ma esistenziali e magici. Se ci fa male un braccio, non solo ci aspettiamo che ci curi quel braccio, ma anche che si preoccupi del nostro dolore e della nostra paura e del fatto che magari quel braccio ci serve per fare cose irrinunciabili e di fondamentale importanza per noi.
Sa – dice il paziente – io faccio il vigile, con il braccio ci lavoro.
Il medico annuisce, ma del vigile gli importa poco, o niente. Gli importa del braccio.
Il paziente è un braccio.
Il paziente è un fegato da trapiantare
Un rene da drenare
Un paziente è un cervello da assopire
Un cancro da asportare.
I medici non sono proprio umani, no, non lo sono. Sanno troppo sulla vita e devono conviverci. Sanno che la vita è una passarella fatta di assi sconnesse sospesa su un precipizio, che da un momento all’altro può crollare giù con qualcuno sopra.
Ci saranno dei dialoghi tra medici. Dei dialoghi medici pazienti. Dei dialoghi tra pazienti.
Ci sarà un grande mito: il dottor House.
Il dottor House è il punto di riferimento di tutti, sia dei pazienti che dei dottori. Ma più dei dottori. Perché tutti i dottori vorrebbero essere come il dottor House. Perché è cinico e spietato, ma salvifico. La maggior parte dei dottori cerca di essere cinica e spietata, però la maggior parte delle volte salva solo i pazienti che possono essere salvati.
Gli altri no.
È tutto lì il punto. I medici vorrebbero essere onnipotenti. Se lo fossero sarebbero delle divinità.
Vorrei che tutto il testo fosse comico e stridente, quasi dissonante.

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Foto © Giulia Dalmasso

Baretti

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