15 giugno 2021, ore 21.30
alla Casa del Quartiere – Via Morgari 14 – Torino

 

LIDIA, STORIA DI UNA MASCA

 

con Alice Bignone
testo Alice Bignone
regia Ermanno Rovella

Compagnia Salz

La storia di Lidia viene raccontata da Lidia stessa al Giacu, suo marito partito per la guerra e mai tornato, e ripercorre tutta la sua vita fino al momento in cui da quella vita si allontana.
Nata povera da madre levatrice Lidia vive una vita che nel numero di storie raccolte purtroppo non si può definire straordinaria, è anzi estremamente comune, salvo il particolare appena meno comune (ma non così raro) di essere accusata di essere masca, accusa lanciata dal paese, che è di fatto un personaggio a molte teste, prima sottovoce, poi in faccia, persino dal prete, e a queste accuse lei arriva a credere, che ci creda a ragione o meno sta a chi ascolta. Nel momento stesso in cui l’accusa di masca mette radici in Lidia, prende forma come vivo un altro elemento, il bosco, di fatto anch’esso un personaggio, a cui Lidia finirà per cedere.
Contro ogni sua previsione il bosco si rivela essere quella condizione liberatoria mai raggiunta altrove, in cui nulla le viene imposto e le viene concesso l’accesso alla parte più fonda di sé stessa, alla parte di bestia, alla parte che grida senza che sia sconveniente, e a quella parte lei si abbandona fin dove può.

Lidia ha un figlio. Il figlio non è con lei, è andato via, lei lo ha mandato via spaventata dal bosco e dal paese, e il figlio del paese è diventato.

La legge del paese e quella del bosco sono differenti riguardo ai figli: la prima ti chiede di essere madre a vita, di crescere il figlio finché lui non sia in grado di prendere le redini e decidere per sé e, nel caso di un maschio, anche per te; la seconda chiama figlio chi succhia il tuo latte, finché lo succhia, per poi lasciarlo al mondo e andare avanti. Il ritorno del proprio figlio lascia Lidia in mezzo, perché un figlio al paese non le permette di abbandonarsi al bosco ma un figlio che ormai è del paese, che non succhia più il suo latte, non le appartiene più. Lidia sceglie il bosco. Sceglie di liberare sé stessa. Lidia è una storia che parla di libertà.

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Note dell’autrice
La scelta di scrivere la storia di Lidia è stata graduale, quasi naturale. Nel trovarmi per le mani le interviste sbobinate di donne e uomini della campagna e della montagna del Piemonte, raccolte da Nuto Revelli nel corso degli anni ’70, ho trovato vergognoso che alla mia generazione di quelle storie così vicine non sia arrivato nulla. Il solo fatto di aver avuto la fortuna di trovarle mi ha fatta sentire responsabile di restituirle, perché sono storie che non vengono raccontate, non sono abbastanza avventurose, abbastanza interessanti, raccontano di una miseria che chi ha vissuto non vuole ricordare, ed è stato spiazzante per me sapere come viveva mia nonna, la mia bisnonna, e rendermi conto che non ne avevo la minima idea.
Avevo appena riletto le baccanti e in quelle storie femminili di settant’anni fa sentivo lo stesso bisogno di “liberarsi dal giogo del telaio”, mi sono chiesta se non fosse una costante.
Sono andata a cercare materiale di storie dell’arco alpino, storie della tradizione di streghe e storie recenti di donne, e mi si è spalancato davanti un mondo così vasto e così vivo che ho tormentato chiunque avesse la sfortuna di incontrarmi con i racconti che avevo raccolto, fino a rendermi conto che se per me era così importante raccontare questa storia allora forse valeva la pena raccontarla davvero. Ho fatto ricerca per sei mesi prima di scrivere, passando dalla memoria contadina alle favole alpine fino ai documenti di inquisizione del tribunale di Udine, creando il più possibile un mondo in cui riuscissi ad orientarmi chiaramente, tormentando mia nonna, amici cresciuti in montagna, chiunque potesse darmi materiale recente e vivo.
Dalle storie di vita che ho trovato è nata Lidia, il cui linguaggio è nato spontaneamente durante la scrittura, che racchiude in qualche modo tutte le donne la cui storia ho avuto la fortuna di toccare e ho il dovere di raccontare. Altrettanto ho sentito il bisogno di passare per la strega alpina, per quel canto di liberazione che rappresenta, questa figura meravigliosa che appartiene alla terra, la donna bestia che fa paura (o l’uomo bestia, in alcuni casi) ma che può guarire. Mi sono trovata per le mani un mondo così ricco che davvero non potrei parlare d’altro, e Lidia è venuta fuori spontaneamente, come se fosse una storia che aspettava di essere raccontata, e io penso che lo meriti.

Note di Regia
La regia di “Lidia- storia di una masca” è basata in larga misura sulla direzione dell’attrice e l’intenzione è di non essere mai invasiva né preponderante sull’azione scenica. La scelta è stata quella di accompagnare l’attrice durante la narrazione e di intensificarne l’efficacia comunicativa attingendo alla tradizione del racconto orale, della veglia, più vicina al mondo di Lidia, che contribuisce a creare l’illusione di un altro tempo più di quanto potrebbe fare una regia teatralmente più complessa.
La scenografia è di taglio povero e lo spazio sostanzialmente vuoto ad eccezione di un tappeto di foglie secche e qualche ramo ed evocare l’ambiente boschivo essendo il bosco un vero e proprio personaggio con cui Lidia si confronta, che la modifica nell’essenza e nelle azioni che compie. I pochi oggetti presenti in scena si trasformano e diventano altro unicamente grazie all’immaginazione; così un grembiule diventa un fagotto di stracci a ricordare un neonato tenuto in braccio, un lenzuolo bianco diventa un vestito da sposa. Le luci e la musica seguono la narrazione, la avvolgono e talvolta la anticipano, quasi ad indicare la volontà del personaggio a modificare la direzione del proprio racconto.
Un’ultima precisazione riguarda le musiche dello spettacolo, tutte prese dalla tradizione occitana, che tendono la mano alle fonti di cui si è servita la drammaturga.

L’ingresso  fatto nel pieno rispetto delle normative anti-covid19.

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